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Io, con le sembianze di eterna fanciulla, costretta a non vivere e farlo al contempo,
condannata a tratti dolci e delicati,
ad indossare un lungo abito bianco, senza mai essere sposa,
mentre le mie mani stringono una rosa candida come la neve
e piena di spine,
così acuminate da costringermi perennemente a sanguinare.
Io sono la portavoce dei cuori infranti,
siedo al capezzale di ognuno di essi,
colei che non può essere vista, ma solo sentita,
di bianco vestita, perché il dolore è puro e sincero,
ma di molti sentimenti posso essere macchiata;
come la tela di un pittore, assumo forme e colori diversi.
Vago per il mondo portando il peso di ogni cuore spezzato,
di ogni anima piegata dall’amore offeso e non ricambiato,
da quello violento a quello mondano,
da quello gentile a quello profano.
Vago senza sosta ed ascolto ogni battito che muore,
che, come una canzone, racconta una storia,
ma non sento mai la mia,
non odo mai alcuna melodia.
Forse è questa la più grande mancanza del dolore,
di me che ne sono la portavoce:
posso assaporare la sofferenza di un cuore infranto
in ogni suo piccolo, minuzioso aspetto,
ma riesco a percepire solo un sibilante eco lontano
di quello che un tempo era un amore cocente e passionale.
È come cercare di scaldarsi con un fuoco che si sta spegnendo,
o sfamarsi con pochi avanzi:
una dolce sofferenza la mia,
provare il dolore dell’amore, ma mai l’amore stesso.
In fondo, non è forse questo il mio nome?
Io sono colei che siede al capezzale dei cuori infranti,
colei che ne è portavoce.
Io sono il dolore: tutti mi provano,
ma nessuno mi vuole.